La voce delle pietre

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Il mio primo romanzo, pubblicato dalla Casa Editrice “Smasher” e che invito a leggere.

Inizio anni Settanta. Uno specchio. Una ragazza guarda il suo corpo fasciato di nero. È stata abbandonata e non ne comprende la ragione. Sente la necessità di trovare una strada che le permetta di stare nel mondo.

In un gioco di rimandi, il suo bisogno si dilegua nei ricordi dei vicoli del rione, tra le case, le tradizioni, la miseria, la vita semplice della gente. Riemerge il passato attraverso le storie che racconta, in una sorta di rappresentazione catartica.

La voce narrante è quella di una bambina, con il suo modo di raccontare le storie anche se con un linguaggio più evoluto, poiché cambia man mano che cresce. La bambina racconta della perdita della sua amica di giochi, dei poveri che si fanno scherno di chi è ancora più povero di loro, dell’orfana costretta a raccogliere gli escrementi di chi non ha fogna in casa, degli emigranti che partono e vanno a nord, con il Treno del Sole.

La scuola ha un ruolo fondamentale nel romanzo: qui, la bambina ha modo di conoscere realtà sociali diverse dalla sua e Miriam diviene la sua amica del cuore.

La bambina, ormai ragazza, scopre le emozioni dell’amore, l’umiliazione, i sensi di colpa e l’abbandono. Nessun adulto di riferimento, non  più vessillo da mostrare al mondo, ma creatura sola in cerca disperatamente di una madre che mai più troverà, se non nella voce dei doveri, delle pietre.

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Kemi Seba e il panafricanismo

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Un giorno i neri saranno padroni delle lore terre! E’ questo lo scopo del panafricanismo. Con l’abbandono delle colonie europee in Africa, gli intellettuali africani si trovarono divisi: taluni vedevano positivamente il colonialismo quale fenomeno temporaneo per modernizzare l’Africa nera, ma la maggior parte cominciò a preoccuparsi seriamente.  Ad inizio novecento fu chiaro a tutti che le potenze europee erano andate in Africa per restatici e che la loro presenza stava distruggendo la cultura e la tradizione nera. L’indipendenza pareva un obiettivo cosi irraggiungibile che fino alla fine della prima guerra mondiale nei vari congressi di intellettuali africani si parlava soprattutto di come combattere fame, malattie ed analfabetismo, oppure di come salvare e promuovere la cultura africana, di come ridare dignità ai neri. In questo momento storico s’inserisce il movimento del panafricanismo: i neri americani cominciarono a lottare e a costituire associazioni per i loro diritti.

La parola, inventata nel 1900 dall’avvocato Henry Sylvester Williams e fautore della prima conferenza a Londra per “protestare contro il furto di terre in tutte le colonie europee, la discriminazione razziale e discutere in generale dei problemi dei neri”, è, oggi, posta a baluardo della completa autonomia politica, economica, finanziaria, culturale dell’Africa. Ma, il panafricanismo si sviluppò in senso proprio solo dopo la seconda guerra mondiale, quando le condizioni per l’indipendenza dell’Africa cominciarono a delinearsi.

“Adolescente, leggevo Nietzsche, vivevo al ritmo delle punchlines del rapper 2Pac, ero affascinato dalla collera politica nera del dottor Khallid Muhammad, la poesia del fratello guineano Léon Gontran Damas, il lato iconoclasta del nazionalista olandese Pim Fortuyn, il coraggio del primo ministro congolese Patrice Lumumba, l’eleganza dell’indomabile Winnie Mandela”, raccontava Kemi Séba a Sebastiano Caputo, reporter di guerra, in un lungo scambio di mail nel lontano 2013.

Nel 2011 dalla Francia si trasferisce definitivamente in Senegal dove si unisce a vari gruppi tra cui il movimento mondiale della gioventù panafricana per gli Stati Uniti d’Africa e l’Afrikan Mosaique, che promuove il ritorno in Africa dei migranti. Diventa ministro francofono del New Black Panther Party nonché opinionista nella trasmissione Le Grand Rendez-vous, uno dei talk-show più seguiti d’Africa.

Nel corso degli anni, Kemi Seba è passato dall’essere “ nero incazzato“, dal rifiuto del dialogo con chi aveva il colore della pelle diverso dal suo, al raffinare le sue tesi e alla collaborazione concon scrittori bianchi anti-elitari. Il potere economico occidentale lo vuole far passare per un fascista nero, ma Seba non crede al concetto di razza, quanto ad una diversità culturale che va rispettata.

Seba combatte da anni contro i partiti populisti di destra, ma non ha mai abbassato la guardia sul razzismo di sinistra. “Nell’Ottocento le forze progressiste giustificavano il colonialismo nel nome della civilizzazione delle razze inferiori, oggi invece i cosiddetti anti-razzisti sono i primi a sostenere le guerre in Medio Oriente e in Africa”.  In Supranegritude, il libro più famoso da lui scritto, sprona l’emancipazione dell’intera comunità africana attraverso tre pilastri – autodeterminazione, anti-vittimizzazione e virilità popolare. Per la sua lotta e per aver bruciato durante un comizio alcune banconote di Franco CFA, una moneta usata in quasi tutti i Paesi africani ex colonie francesi con un tasso di cambio fisso con l’Euro ed emessa a Francoforte, Seba ha subito l’incarerazione in Senegal da parte delle autorità senegalesi su ordine dell’Eliseo. Ma, Seba, è tornato alla carica attivando un un movimento massiccio volto ad abbattere questo sistema monetario considerato uno strumento di sottomissione economica con cui l’Europa, in particolare la Francia, depreda un intero continente acquistando materie prime a prezzi stracciati. 

La missione per la colpa – Coleridge

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Capita, come fosse atto senza coscienza, di uccidere un innocente. Da questo immotivato atto, capita di iniziare un viaggio che porti a cercare spiegazioni e non trovarne.
Capita di portare il peso dell’innocente cadavere intorno al collo ed essere così privati della visione della bellezza della natura: condannati e privati della visione dell’alto, a testa in giù stare nei passi di terra e trascinarsi con la colpa da espiare.
Capita, inoltre, di veder apparire un nave sospinta da nessun vento, da nessuna corrente, e che questa “nuda carcassa di nave” abbia due unici passeggeri, due donne impegnate in una partita a dadi, Morte (Death) e Vita-in-Morte (Life-in-Death).
In breve potrebbe essere la trama di un film dell’orrore o di una profezia biblica che tutti potremmo sperimentare durante un viaggio al limite del reale. Invece, parliamo di Coleridge e la sua “The Rime of the Ancient Mariner”, un classico del romanticismo…

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Klaus Nomi e l’esperienza della morte di Rilke

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Capita di imbattersi in video che pensi siano soliti.
Poi, noti che, a parte il poeta, il grande poeta che già conosci, esiste in quel video, una recitazione nella recitazione, una melodia che fa della recitazione e del testo della poesia un capolavoro di espressività, con in aggiunta un testo proprio. Mi riferisco a Rainer Maria Rilke e la sua “Esperienza della morte” e a Klaus Nomi che interpreta la “Cold Song”, tratta dal King Arthur di Henry Purcell.

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Prefazione “Terra Mala” di Raffaele Niro

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Se siete arrivati a leggere queste parole vuol dire che avete fatto un viaggio mica da ridere. La cosa bella,però, è che il viaggio fatto finora è ben poca roba rispetto al viaggio ancora da fare, leggendo questo libro.
Si viaggia, gente, dentro alle vostre viscere. Dentro all’intestino dell’essere umano. Perché la vera chiave di lettura di questo libro è l’uomo. Noi. Ossia te. Più precisamente tu.
Queste poesie sono come quella macchina che fa i duplicati delle chiavi, toglie quello che non serve con precisione millimetrica. Pagina dopo pagina ti toglie tutte le ipocrisie figlie dei finti bisogni del nostro tempo e resti tu, nudo, essenziale e pieno di tagli, capace di aprire la porta del tuo mondo. Leggi il seguito di questo post »

Carlo Di Legge scrive…

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Carlo Di Legge, poeta e filosofo scrive delle mie opere

  Questo ho capito è la vita …
        Questo ho capito è la morte …
   ma non dico che capire sia
questo che dico … (II, 69)
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Cara Enza, finalmente riesco a leggere – e rileggere – i tuoi regali, Di tanto in vita (I) e Terra mala (II). Non me ne hai chiesto una recensione e d’altro canto non saprei farla, non sono affatto un critico, ma t’invio qualche mia riflessione, perché credo che la scrittura/lettura della poesia sia un nostro modo privilegiato di vedere e mostrare ad altri l’altrui/propria modalità di porsi nel mondo. Quindi questo, di scrivertene, è il mio modo per ringraziarti per avermi voluto come interlocutore.
Ho guardato con interesse e intensità crescenti. Il programma che dichiari nel titolo Di tanto in vita lo mantieni poi, in questo e nel successivo lavoro. La tua visione della vita la rendi come il manifestarsi di un dramma, che si esprime anche nella forma in cui scrivi, attraverso un certo grado di ermeticità (non ermetismo nel senso tecnico che sappiamo, ma ermeticità, anche surrealtà, come difficoltà che talvolta in generale si presenta a chi voglia intendere appieno il senso: “Petali di cuori di donne … come scatole alimentari aperte/gocciolano in strade mute …” (II, 47). Leggi il seguito di questo post »

Meshes of the Afternoon

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Meshes of the Afternoon, lavoro non-narrativo del 1943, è stato definito un esempio di “trance film”, nel quale la protagonista appare in uno stato surreale e la cinepresa è lo strumento capace di mettere a fuoco la sua soggettività.

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Realizzato da Maya Deren (1917–1961) in collaborazione col marito Alexander Hammid, questo cortometraggio compare dal 1990 nel National Film Registry, l’archivio di film preservati, ed è quindi da considerare come “film culturalmente, storicamente o esteticamente significativo”. Leggi il seguito di questo post »